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Un post diverso dai soliti, ma spero utile e in linea con le necessità che abbiamo e sentiamo urgenti. (Domani, ultimo appuntamento con il corso di recupero!)

Rimando qui per comodità a materiali non miei, che ho trovato però molto interessanti. Provengono da una risorsa formidabile online che è Mediaclassica (vd. indirizzo nei Links utili).

  1. Individuazione delle strutture interne a una frase. Laboratorio di traduzione sul proemio del Nicocle di Isocrate. Obiettivi: riconoscere con rigore la gerarchia del testo; predisporre una bozza di lavoro rispettosa delle strutture originali. (C’è una dispensa da scaricare!)
  2. L’aspetto nel sistema verbale greco. Obiettivi: sollecitare l’attenzione all’aspetto verbale; sviluppare la capacità di resa dei valori aspettuali delle forme verbali nella traduzione (dopo le considerazioni didattiche, si può fare il download di tre testi greci analizzati sulla base dei diversi aspetti verbali: utilissimi come esempi).
  3. L’importanza dei dimostrativi e di “autòs”. Obiettivi: cogliere l’importanza dei forici e dei deittici (i dimostrativi) e in particolare di autòv ai fini della comprensione del testo; applicare opportune strategie nella fase di elaborazione della bozza preparatoria alla traduzione. Ci sono 4 lezioni da leggere, teoriche ma anche pratiche.
  4. Relative e participio preceduto dall’articolo. Obiettivi: individuare e comprendere le strutture iniziate dal pronome relativo e dall’articolo seguito da un participio; scegliere la resa italiana opportuna. 4 lezioncine con esempi su testi greci.
  5. L’uso corretto del vocabolario. Una bella lezione da scaricare in formato .pdf.
  6. Approccio alla traduzione di un testo d’autore: Senofonte, Anabasi 4, 1, 5-13. Tutta la lezione da scaricare in formato .pdf!

Spero basti, per ora.

Anfitrione e il suo sosia

Bella questa immagine con Anfitrione, Alcmena, Eracle e Zeus (chi è il primo a dirmi dove si trova Zeus nell’immagine?).

E questo è Eracle da grande, sempre alle prese con i serpenti. Il quadro, quattrocentesco, è del Pollaiolo.

Ma la storia di questo ennesimo amorazzo di Zeus è raccontata soprattutto dal poeta comico latino Plauto, nella sua commedia “Amphitruo”.

Mentre Anfitrione fa guerra ai Teleboi, Giove-Zeus sotto le sue sembianze giace con la sua sposa, Alcmena. E questo lo sapete. La commedia latina inizia con lo schiavo Sosia che in piena notte, per ordine di Anfitrione, suo padrone, che è appena tornato con lui, deve andare a dare il resoconto della guerra alla moglie Alcmena, ma per strada incontra Mercurio (cioè Hermes), che per ordine di Zeus ha assunto le sue sembianze, e non deve farlo arrivare da lui.

Per farlo, Hermes, convince Sosia con la violenza che il vero Sosia è lui (Hermes) e così lo schiavo deluso torna indietro dal padrone, in crisi di identità. Poco dopo Zeus, finto Anfitrione, esce dalla casa di Alcmena giustificando la partenza con la scusa che deve tornare a combattere e le dà una coppa d’oro che Anfitrione (quello vero) aveva vinto in guerra.

Sorge il giorno, dopo una notte che era stata più lunga del consueto affinchè Zeus potesse concepire Eracle con Alcmena (e voi sapete che Apollodoro è preciso: una notte lunga il triplo!). Sosia va a riferire ad Anfitrione quello che gli è successo: incredulo ed arrabbiato Anfitrione lo definisce un pendaglio da forca, e va dalla moglie che vede sulla porta di casa, le corre incontro chiedendole se avesse sentito la sua mancanza. Dal canto suo Alcmena lo accoglie in modo aggressivo e gli dice di smetterla di prenderla in giro, poiché l’aveva lasciato poco prima.

Qui segue un acceso dibattito su chi dei due aveva detto la verità; Alcmena come prova prende la coppa d’oro e la fa vedere al suo sposo, che per far vedere che la coppa l’ha lui, prende il cofano sigillato in cui l’aveva riposta, lo apre e vede che è vuoto. Alcmena gli racconta la serata che aveva passato con lui ma che in realtà aveva passato con Zeus.

Anfitrione accusa Alcmena di averlo tradito anche se lei continua a negare convintissima. Anfitrione per concludere la faccenda dice che va a cercare Naucrate, parente di Alcmena, per aver un testimone che possa sbugiardarla. Alcmena accetta, ma Zeus, considerando l’accaduto, torna con le sembianze di Anfitrione da Alcmena dicendole che è tutta una burla e si fa perdonare.

Anfitrione (quello vero), dopo aver cercato a lungo Naucrate senza averlo trovato, torna a casa per cercare di scoprire con chi la moglie lo aveva tradito: a questo punto, zak, gli appare Hermes - qui la scena non è chiara perché nel tempo sono stati persi circa trecento versi - e tutto finisce con Anfitrione e Zeus-Anfitrione azzuffati in lotta mentre nessuno sa distinguerli. Zeus rientra in casa perché Alcmena sta partorendo due gemelli, intanto Anfitrione che è fuori dalla porta rimane folgorato.

In seguito, il poverino viene soccorso dall’ancella Bromia che gli racconta la nascita dei due gemelli: e gli dice che uno è talmente grosso e forte che non è riuscito nemmeno a fasciarlo, poi gli dice che, mentre erano nella culla, compaiono due enormi serpenti e, appena quel fanciullo fortissimo li vede, scende dalla culla e li strangola. Mentre accade questo Zeus confessa ad Alcmena di avere giaciuto con lei sotto le sembianze di Anfitrione.

Anfitrione a questo punto è contento di aver diviso la sposa con Zeus ed ordina di offrirgli dei sacrifici. Il dio infine dice ad Anfitrione di non punire Alcmena poiché è stata costretta dal suo potere, gli dice anzi che suo figlio gli darà eterna fama; Anfitrione è felice, farà come vuole Zeus e lo prega di mantenere la sua promessa.

CONCLUSIONE: ecco l’origine della parola SOSIA!

Consiglio

In tempi come questi, tra le Sante Lucie di domani e i Natali di dopo-dopo-domani, vi suggerisco un dono da farvi. So che vi piace la mitologia, m’accorgo che le storie dei miti vi incantano. Perciò ecco un bel libro per voi. Piccolino e ciccione insieme, tutto d’oro come si conviene ad un bel regalo, pieno di figure come un libro per bambini, ma le figure sono quadri bellissimi, ed i testi sono storie affascinanti della mitologia classica. Un repertorio completo.

Si intitola “Miti. Storie e immagini degli dei e degli eroi dell’antichità.” di Lucia Impelluso, editore Electa Mondadori. Non costa tantissimo, 15 euro, ma con IBS lo trovate col 20% di sconto.

Chissà, a leggerselo tutto prima del tema di greco, forse ne verrebbe qualche aiuto di contestualizzazione mitologica …

(Scherzo.)

Memo

Voi ve lo guardate, vero, Benigni alla TV?

(Mi raccomando, per quelle poche volte che vale la pena di pagare il canone…)

;-)

I termini che ricorrono nel dialogo per descrivere il benessere umano sono quattro: “òlbos“, “eutuchìe“, “eudaimonìe“, “macharìzo“; la distinzione essenziale però è tra la felicità definitiva (òlbos) e la buona fortuna passeggera (eutuchìe). Si osservi che in Erodoto òlbos può significare anche ricchezza (cap. 30, I, 7): non riguarda in ogni caso la felicità spirituale, soggettiva, mistica ecc., in contrapposizione alle gioie materiali ed oggettive di questo mondo. I due termini non si escludono a vicenda: felice può diventare anche l’uomo fortunato che non ha avuto contrattempi sino alla sua morte gloriosa (Tello) o pacifica (Cleobi e Bitone). Come l’eutuchìe, anche l’òlbos è la somma di una stessa serie di beni, eminentemente materiali e terreni: buona salute, buona prole, bell’aspetto, forza fisica, mezzi di sussistenza, ecc. La distinzione è tutta tra benessere passeggero e benessere interamente acquisito, definitivo e reso eterno dalla memoria dei posteri (…). Si tratta di una concezione estremamente convenzionale, “borghese”, di aurea mediocrità, che trova un’espressione banale nelle onorificenze pubbliche, nelle invidie degli altri, in funerali, monumenti, ecc. Che una tale concezione della felicità, certo condivisa da Erodoto, fosse veramente quella di Solone, lo indicano i frammenti poetici del legislatore, sui quali doveva fondarsi in ultima analisi la caratterizzazione erodotea (…). Le stesse idee ricorrono nelle ultime parole del coro dell’Edipo Re di Sofocle; che queste idee non fossero estranee alla civiltà greca lo dimostra la famosa trattazione del problema della felicità in Aristotele (Etica Nicomachea 1099b 8, 1169b 3, 11788b 33). L’incontro tra Solone e Creso rappresenta il confronto tra saggezza e arroganza, moderazione e dismisura, ecc. Nonostante gli esempi di virtù civica e filiale, attinti al mondo della polis greca, il confronto di ordine morale resta essenzialmente umano e universale: l’interpretazione etnico-culturale, in chiave di conflitto tra libertà occidentale e despotismo orientale non trova sufficiente conforto inquesti capitoli. Il dialogo è una creazione letteraria erodotea su un tema noto e secondo i canoni di un genere letterario preeesistente e stilizzato (…). Il tema e le sue prime elaborazioni orali, e forse anche scritte, si saranno sviluppati, dopo la morte di Creso, ad Atene, dove Erodoto li avrà conosciuti insieme al resto dei dati della tradizione e del mito su Solone e al testo delle sue poesie, che Erodoto deve avere studiato attentamente per comporre il dialogo.

(da D. Asheri in Erodoto. Le storie. Libro I. La Lidia e la Persia, Fondazione Valla, 1991, pp.281-282)

Felicità

Se parliamo di Creso e di Solone in Erodoto, non si fa che parlare della felicità, di che cosa sia esattamente la felicità.  Perciò, scrivo qui due percorsi possibili per indagare la questione della felicità, ma, attenzione, esco dalla mia materia specifica. Entriamo nel dibattito della Filosofia.

1° percorso.  Si tratta di rimanere qui, nel web. Sintonizzarsi su un convegno, un festival addirittura, il Festival della Filosofia 2001 incentrato “Sulla felicità“. Ci sono gli interventi, le citazioni, i dibattiti. Da vedere e da seguire. Consigliato!

2° percorso.  E’ un libro di filosofia, corposo e serio: si intitola Storia della felicità. Gli antichi e i moderni. Gli autori sono due insegnanti di filosofia nella scuola superiore, Fulvia de Luise e Giuseppe Farinetti.

A me hanno interessato molto le pagine iniziali, quelle che trattano la felicità nel mondo antico (greco, ovvio). E da lì ho iniziato la lettura.

Poi come un gambero sono andata à rebours e ho letto l’introduzione. Che ha un bel titolo: “Noi, edonisti fragili e infelici, e la felicità dei filosofi”.

Sì, perché il ragionamento che imprime il taglio al libro è questo: se si decide di parlare di felicità al giorno d’oggi, ci si imbarazza perché ci appiattiremmo sui suoi potenti sinonimi, come il piacere e l’interesse, e ci limiteremmo a parlare di tranquilla accettazione dell’infelicità, vista l’attuale obsolescenza delle passioni e dei grandi valori collettivi. Bisogna allora parlare di felicità come essa è vista in altre epoche, nelle grandi teorie della filosofia.

E cosa sorprende (mi sorprende)?  Che il limite del ragionamento alto sulla felicità è il Settecento. Infatti, nell’ambito teorico, Kant afferma l’inammissibilità morale della felicità come fine ultimo dell’uomo e, in ambito storico, appare per l’ultima volta la parola -felicità- in un programma politico (rivoluzione francese, Condorcet e Robespierrre).

Poi basta. (Sì, cioè: Al Bano e Romina Power.)

E c’è un’altra faccenda sorprendente (ovvia, per carità, ma sorprendente nella sua ovvietà): una particolare avvertenza alla fine dell’introduzione del libro (p. XVI). Qui cito, che è meglio.

La felicità filosofica, nella quasi totalità delle sue varianti, è una proposta esclusivamente al maschile. L’uomo ideale non è mai una donna e tutto ciò che gli si riconosce come soggetto attivo e consapevole, protagonista della sua vita e titolare dei suoi desideri, spinge nell’ombra il femminile, la passiva, accogliente presenza delle donne sullo sfondo. Il loro silenzio pesa sull’immaginario della felicità. Più degli uomini comuni i filosofi appaiono soli (in splendido isolamento), quanto più si sforzano di affermare la potente signoria della loro mente: sono uomini che parlano ad uomini, senza uscire mai da se stessi.
Un’altra storia della felicità potrebbe essere scritta. Ma le donne, disperse e schiacciate dalla storia, hanno trovato spazi troppo stretti per dare voce alla loro gioia di vivere.

Cito anche un altro passaggio. Pregevolissimo.

Epigrafe. Massima di apertura.
Charlie Brown (leggendo una storia alla sorellina Sally): “… e dice che, benché avesse avuto fama e fortuna, non sembrava mai felice e nessuno sapeva perché …”
Snoopy (riflettendo tra sé): “Il suo cane lo odiava!”.

Creso e Solone

Creso e Solone 1624 Gerard van Honthorst alias Gherardo delle Notti (Utrecht 1590-1656)
Kunsthalle Museum - Hamburg

Diogene Laerzio narra che un giorno Creso, lo stramiliardario re di Lidia, assiso su un trono scintillante e agghindato d’ogni sorta d’ornamenti, domandò a Solone se avesse mai visto qualcosa di più bello. Solone si limitò a replicare che i polli sono vestiti del loro splendore naturale che è di un’incredibile bellezza.

dal sito summagallicana.it

Tello è più felice di Creso.

Cleobi e Bitone sono più felici di Creso.

Cleobi Bitone (Museo Archeologico di Delfi)

minotaurus.jpg

Segnalazione di servizio.

Un grazie agli studenti di II liceo che hanno allestito per tutti noi la mostra “Sulle orme di Federico Halbherr”, volta a raccontare un anno di ricerca e di riflessione su Creta e il suo immaginario (il labirinto, il minotauro, il mito di Europa, l’archeologia e l’epigrafia arcaica). Halbherr è l’archeologo roveretano che a Creta scoprì Gortyna con la sua Grande Iscrizione di ambito giuridico.

Inaugurazione: domani alle ore 15.

Luogo: Biblioteca del nostro Liceo.

Tempi: la mostra sarà aperta dal 30 novembre al 15 dicembre.

Logo: bellissimo, inventato da una studentessa di II E. Complimenti!

Il vedere

Ne abbiamo parlato, abbiamo approfondito etimi e sinonimi, abbiamo sondato il lessico greco ma anche quello latino. Ma ne abbiamo parlato solo in termini linguistici e letterari, rimanendo nell’ambito delle competenze delle mie tre ore con voi.

Ora qui ho un suggerimento.

Si tratta di ampliare la vista sul vedere di tipo scientifico. Pertanto vi prego di ricordarvi fra qualche mese che approderà a Trento una mostra specifica sull’argomento. E’ “La luce, gli occhi, il significato. L’esperienza umana del vedere.” Appuntamento tra marzo e aprile!

Lupercale

Esco dal seminato: parlo di civiltà latina. Ma la notizia di qualche giorno fa è tanto ghiotta che non vorrei vi fosse sfuggita.

Si tratta di una incredibile scoperta archeologica a Roma, sul colle Palatino: è stato individuato il Lupercale, il leggendario luogo della Lupa e di Romolo e Remo.

Nel corso di una serie di indagini condotte dalla Soprintendenza archeologica di Roma al Palatino, è stata localizzata una grotta dalla volta rivestita di mosaici e conchiglie che gli archeologi ritengono sia il Lupercale, il sacrario delle origini, il luogo leggendario dove la Lupa protesse Romolo e Remo.

L’edificio ipogeo rinvenuto dalle sonde è a pianta centrale del diametro di 6 metri e 56 cm ed è alto 7 metri e 13. La volta è sontuosamente decorata, con un motivi di tipo geometrico a imitazione di una copertura a lacunari in stucco o pittura.

In questa grotta pare che fossero celebrati i Lupercalia erano una festività religiosa romana che ricorreva il 15 di febbraio, in onore del dio della fertilità Luperco (o Lupercus), protettore del bestiame e delle messi, ovvero, secondo altra ipotesi avanzata da Dionigi di Alicarnasso, per ricordare il miracoloso allattamento dei due gemelli Romolo e Remo da parte di una lupa che da poco aveva partorito.

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