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Berlino, 19:24, 22/12/07
SVELATO SEGRETO, OMERO ERA UNO SCRIVANO DEGLI ASSIRI
Omero non era affatto il poeta cieco che ci ha tramandato la tradizione, ma uno scrivano greco
vissuto in Cilicia al servizio degli Assiri. E la città di Troia da lui descritta nell’Iliade non corrisponde affatto a quella scoperta dall’archeologo tedesco Heinrich Schliemann, ma e’ invece Karatepe, una città della Cilicia, situata sulla costa sudorientale dell’odierna Turchia, a nord dell’isola di Cipro. La sensazionale scoperta e’ stata fatta dallo scrittore e poeta austriaco Raoul Schrott, che ha nuovamente tradotto in tedesco l’Iliade e che nel 2001 aveva pubblicato anche una traduzione del poema di Gilgamesh. La “Frankfurter Allgemeine Zeitung” dedica cinque pagine intere alla ricostruzione fatta da Schrott, che ha incassato l’ammirato plauso di autorevoli storici. Christoph Ulf, titolare della cattedra di Storia Antica all’università di Innsbruck ha dichiarato alla “Faz” che “il collegamento alla Cilicia permette di ripensare non solo l’origine del poema epico, ma anche della storia e della cultura greca”. Josef Wiesehoefer, professore all’università di Kiel, ha spiegato che la tesi formulata da Schrott “apre nuovi scenari agli esperti di storia antica”; mentre secondo Barbara Patzek, filologa e archeologa dell’università di Duisburg, l’idea che Omero sia stato uno scritturale degli Assiri “metterà le ali al dibattito sulla figura storica del poeta”. Nel corso delle sue vaste ricerche filologiche condotte durante il suo lavoro di traduzione, ma anche sulla base di numerosi sopralluoghi effettuati nelle zone della costa turca in cui sono collocati gli episodi descritti nell’Iliade, Raoul Schrott e’ giunto alla conclusione che Omero “era uno scrivano che prestava servizio nell’apparato amministrativo che gli Assiri avevano instaurato in Cilicia, regione da essi conquistata gia’ nella meta’ del IX secolo a.C. Questi funzionari non dovevano occuparsi solo della corrispondenza con la capitale, ma erano anche impiegati come traduttori e banditori”. Sulla base degli innumerevoli riferimenti alle saghe ed alle genealogie greche, alle pratiche contrattuali e del diritto assiro, alle preghiere ed ai rituali sacrificali contenuti nell’Iliade, il suo autore si manifesta non solo come un “protostorico ed un protogeografo”, ma anche come “un rappresentante dell’elitaria categoria professionale degli scrivani”. Dalla sua opera poetica emerge il ritratto di “un greco affascinato dal predominio di una cultura estranea alla sua”. Il fatto che Omero, a differenza del suo contemporaneo Archiloco, si sia sempre guardato bene dal formulare critiche aperte nei confronti del potere assiro, si spiega con “l’obbligo del giuramento di fedelta’ che doveva fare ogni scritturale dell’epoca”.
Berlino, 22 dic. - “Dobbiamo immaginarci Omero”, prosegue Schrott, “come un amanuense che aveva appreso il suo mestiere nelle scuole che gli Assiri avevano creato in Cilicia, come dimostrano anche le sue conoscenze esatte del poema di Gilgamesh. Il contenuto dell’Iliade dimostra che Omero deve avere avuto accesso all’archivio degli annali assiri”.
Il poeta austriaco sottolinea il fatto che, ancora prima della nascita di Omero, gli assiri della Cilicia si definivano Achei e Danai, esattamente come i guerrieri greci che andarono ad assediare Troia; ma la citta’ descritta da Omero sotto quel nome era situata parecchio piu’ a sud, esattamente dove oggi si trova la citta’ turca di Karatepe. Mentre dagli scavi condotti a Troia non e’ risultato alcun elemento che corrisponda alle descrizioni contenute nell’Iliade, i resti di Karatepe mostrano una stupefacente coincidenza con i luoghi in cui situo’ l’azione il poeta greco. Schrott scrive che questa citta’ fortificata venne distrutta nel 676 a.C. “esattamente nel modo descritto da Omero”. A differenza di Troia, che aveva diverse porte ed una citta’ bassa, mai menzionata nell’Iliade, i resti di Karatepe, la cui fortezza si trova esattamente a 225 metri sul livello del mare, come e’ scritto nel poema, evidenziano due grandi porte, la Dardania e la porta Scea, che “conduce al fiume Piramo, che Omero chiama Scamandro”.
Anche per quanto riguarda il nome del grande poeta greco, lo studioso austriaco ha una spiegazione affascinante, dal momento che della sua etimologia non si trova la minima traccia nella cultura greca. Schrott scrive che “tra i Fenici era invece usata per i poeti la dizione ‘bene omerim’ (figli del cantore), per questo sarebbe un miracolo se Omero non avesse giocato anche con il significato del suo nome. ‘Nomen est omen’ era una formulazione valida allora ancor piu’ di oggi”. (fonte AGI)
Aggiungo il commento di V.M. Manfredi, tratto da La Stampa online.
Omero? Uno scrivano greco vissuto in Cilicia. La rivoluzionaria tesi di uno scrittore austriaco
VALERIO MASSIMO MANFREDI
Omero senza pace. Le teorie sull’interpretazione dei suoi poemi, sulla loro storicità, sull’affidabilità delle sue ambientazioni costituiscono un complesso filologico immenso che va sotto il nome di «questione omerica» e si arricchisce continuamente. L’ultimo è costituito dall’interpretazione dello scrittore austriaco Raoul Schrott, autore di una traduzione dell’Iliade, secondo il quale il poema non risale al IX-VIII secolo a.C. come si è sempre pensato ma solo al VII, e il poeta non era originario della Ionia come dice la tradizione ma della Cilicia ed era uno scrivano greco al servizio della burocrazia dell’Impero assiro che dominava quella regione proprio di fronte a Cipro.
Troia poi non era affatto sui Dardanelli come si è sempre creduto e non aveva nulla a che fare con la città scavata da Schliemann, Doerpfeld e ultimamente Korfmann, ma era la città cilicia senza nome che è stata scavata a Karatepe («Collina nera») nella Turchia sud-orientale. Lo Scamandro era il Piramo e il mare non era l’Egeo ma il golfo di Alessandretta. Scioccante. La teoria esposta da Schrott ha convinto fior di accademici. Purtroppo in questi casi è difficile pronunciarsi perché quello che si ha a disposizione per il momento è un’intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung che gli ha dedicato ben cinque pagine. La teoria sembra comunque basarsi soprattutto sul linguaggio di Omero (Schrott ha anche tradotto l’epopea di Gilgamesh), sull’esame accurato del territorio nei pressi di Karatepe e sul fatto che le descrizioni di Omero non sono secondo lui applicabili al sito di Hissarlik scavato da Schliemann. Lo Scamandro è troppo piccolo, il Monte Ida è troppo rotondo, non c’è nessun approdo capace di ospitare 1.200 navi e via demolendo. Schrott sostiene insomma l’ipotesi che l’Iliade sia nata scritta e non orale come avevano ipotizzato Milmann Parry e Albert Bates Lord, e che la guerra di Troia si debba ambientare nel golfo di Cilicia. Inoltre fa presente che in lingua fenicia (usata anche in Cilicia) gli scrivani erano chiamati bene omerim (figli del cantore), da cui si spiegherebbe il nome che non ha peraltro riscontro nell’onomastica greca del tempo. Il resto si apprenderà quando la teoria rivoluzionaria di Schrott sarà pubblicata per esteso.
Non è la prima volta che la collocazione dell’Iliade viene spostata su altri teatri geografici. Qualche anno fa addirittura si ipotizzò, sulla base di presunti riscontri toponomastici, che l’azione si dovesse collocare nel Baltico!
La questione omerica comincia di fatto già con Giovanbattista Vico, che si accorse della stratificazione presente nei poemi omerici, della differenza molto forte tra Iliade e Odissea e di anacronismi frequenti che segnalavano epoche diverse a cui attribuire i singoli passi. Da quel momento in poi la letteratura critica su Omero è dilagata e le ipotesi e gli studi si sono susseguiti a getto continuo.
Un punto fondamentale fu la ricerca condotta negli Anni 30 del secolo scorso dagli studiosi americani Milman Parry e Albert Bates Lord. Armati di uno strumento tecnologico rivoluzionario, il magnetofono, registrarono i componimenti dei poeti orali serbi e arrivarono alla conclusione che i meccanismi compositivi erano gli stessi che si potevano trovare nei poemi omerici. Questa ipotesi, largamente accettata dagli studiosi, risolveva molti problemi fra cui quello della stratificazione. Un evento bellico come la guerra di Troia avrebbe innescato una serie di canti che avrebbero dato origine a un corpus fatto di composizioni spontanee di diversa lunghezza e di diverse caratteristiche. Composti in epoche diverse da cantori (gli aedi) diversi, i canti sarebbero poi confluiti nei due grandi poemi di Omero. In questo modo si spiegava bene come mai lo scudo di Aiace, relitto della panoplia micenea, è un pezzo da museo in confronto a quello di Achille, riconoscibilissimo come capolavoro dell’arte orientalizzante del VI secolo a.C., e così pure l’elmo di Merione costituito da zanne di cinghiale, confermato appieno dai rinvenimenti di oggetti uguali nelle tombe micenee, era molto più antico degli elmi crestati presenti in tutto il poema attribuibili alle armature del secolo VI a.C.
Restava comunque il problema del divario antropologico-culturale fra Iliade e Odissea, che presentano due mondi diversi, troppo lontani per poter essere attribuiti allo stesso autore. Qualcuno pensò che Omero avesse composto l’Iliade da giovane e l’Odissea da vecchio, ma si tratta di un’ipotesi onestamente piuttosto ingenua. Ma allora chi era veramente Omero? E se il meccanismo della composizione orale è così sofisticato, come dicevano Parry e Lord, perché mai avrebbe dovuto mettere per iscritto le sue storie?
Una risposta abbastanza plausibile si poteva riconoscere nel fenomeno della colonizzazione che incomincia all’inizio del IX secolo a.C. con la fondazione della più antica colonia greca d’Occidente: Pitecussa, ossia Ischia. Si sa da molti particolari nelle fonti che i piccoli gruppi che migravano, composti solo da giovani maschi scapoli, portavano spesso con sé un poeta, vero e proprio uomo-libro che era il depositario dell’intero patrimonio della tradizione e della memoria storica e culturale. D’altra parte già gli Argonauti avevano preso con sé Orfeo. Ma poi l’invenzione e la diffusione della scrittura avrebbe reso possibile trasportare i poemi anziché i poeti, e quindi ecco la versione scritta del corpus della guerra troiana e dei ritorni di Odisseo e degli altri eroi.
Un ritrovamento archeologico proprio a Ischia portò alla luce un corredo funebre di cui faceva parte una coppa recante un’iscrizione che faceva chiarissimo riferimento a un passo dell’Iliade. La tomba fu datata al IX secolo a.C., per cui se ne dedusse che in quell’epoca l’Iliade non solo esisteva ma era ben conosciuta anche dai greci migrati in Occidente. Dunque in Omero si poteva forse riconoscere colui che per primo aveva messo per iscritto parti del corpus della guerra di Troia. Rimaneva però il mistero di chi fosse e del perché di lui non si sapesse nulla.
Schrott ora ribalta tutto: prima c’era il testo, ed era un testo assiro come quello in cui era scritta l’ultima versione dell’epopea di Gilgamesh, poi sarebbe venuta la diffusione orale. La prova sarebbe nelle formule espressive che si riscontrano solo nelle tavolette in cuneiforme e nella topografia dei luoghi che ancorerebbero l’Iliade all’area della Cilicia, anche se lo studioso ammette che non si può leggere il poema come un Baedeker. E forse anche in certi episodi: è indubbio che la coppia Gilgamesh-Enkidu richiama in qualche punto quella di Achille e Patroclo. Quanto a Omero, era uno scrivano che sapeva leggere il cuneiforme. Qualche anno fa Calvert Watkins credette di riconoscere in un verso in lingua luvia la stessa metrica che esiste in alcuni pochi versi dell’Iliade dissonanti dalla metrica dell’esametro epico, e analogie onomastiche con Omero furono riconosciute nei documenti ittiti. Era quindi esistita un’Iliade asiatica? L’ipotesi non è stata mai scartata, ma Schrott dovrà fornire elementi molto convincenti per ribaltare così radicalmente una topografia e una etnografia egea così profondamente radicate e codificate come quelle che appaiono nel catalogo delle navi e nella continuità della tradizione sulla collocazione di Ilio-Troia nel quadrante nord-occidentale della penisola anatolica.
e continuo: aggiungo anche il commento del grecista Ezio Savino tratto da IlGiornale.it
I primi a interrogarsi sull’identità di Omero furono i greci antichi, che gettarono le basi di un’avvincente «questione», tutt’altro che risolta. A scriverne un capitolo nuovo e sorprendente è oggi Raoul Schrott, poeta austriaco, poliglotta, che con l’antichità ellenica ha fitti rapporti, dato che ne evoca i miti nella raccolta Hotels, ma soprattutto avendo tradotto l’Iliade. Schrott aveva in precedenza tradotto anche l’epopea di Gilgamesh, leggendario re di Uruk, le cui gesta risalivano alla remota antichità sumerica. Noi però ne conosciamo una tarda redazione, trascritta su una decina di tavolette d’argilla sepolte a Ninive, nella biblioteca di Assurbanipal (VII sec. a. C.), sovrano degli Assiri. E proprio all’ambiente assiro il letterato austriaco riconduce Omero.
Sarebbe stato uno scrivano, un addetto alle corrispondenze diplomatiche che gli Assiri intrattenevano con le potenze del Mediterraneo. Il suo lavoro si sarebbe svolto in Cilicia, Sud-Est dell’attuale Turchia, possedimento assiro e plausibile quadro geografico della celeberrima guerra, che non si sarebbe dunque combattuta all’ombra di Hissarlik (identificata da Schliemann come la Troia omerica), ma sotto l’acropoli di Karatepe, una fortezza le cui rovine rivelano una certa aderenza con i versi epici di Omero, mostrando due porte, di cui una, la Scea, «Sinistra», rivolta al fiume Piramo, quello Scamandro omerico che Achille arrossò con il sangue delle sue vittime.
Dunque i Danai, gli Achei «dai bei gambali» non erano i sudditi di quell’Agamennone, sire di Micene «ricca d’oro», il cui volto Schliemann sosteneva d’aver ammirato sotto la maschera funebre, quando ne disseppellì la tomba, presso la Porta dei Leoni? Per nulla: erano Assiri, e i documenti esibiti da Schrott dimostrano che quei guerrieri armati di ferro (Omero, però, li retrodata all’epoca delle spade e delle armature di bronzo) si chiamavano anch’essi con quegli epici nomi. Ci vorrà tempo, per approfondire, verificare i dati della scoperta.
Qualche dubbio fiorisce subito. Dei Cilici, Omero parla una volta sola, equivocando: li fa signori di Tebe Ipoplacia, patria di Andromaca, moglie di Ettore e figlia di Eetione, che però signoreggiava sulla Misia, non sulla Cilicia. I comparativisti hanno da sempre messo in luce le affinità tra le grandi composizioni epiche: similitudini, duelli, dei che fanno la spola fra cielo e terra formano l’armamentario poetico non solo della saga sumerica o iliadica, ma anche di quella sanscrita del Ramayana, o finnica del Kalevala. C’è poi da aggiungere che se Omero delinea un autoritratto, lo fa descrivendo gli aedi Femio e Demodoco, intenti a cantare nelle corti signorili: e tra le loro mani c’erano le cetre armoniose dei cantori, non le penne - un po’ prosaiche - degli impiegati di cancelleria.