Felicità
4 Dicembre 2007 di metis
Se parliamo di Creso e di Solone in Erodoto, non si fa che parlare della felicità, di che cosa sia esattamente la felicità. Perciò, scrivo qui due percorsi possibili per indagare la questione della felicità, ma, attenzione, esco dalla mia materia specifica. Entriamo nel dibattito della Filosofia.
1° percorso. Si tratta di rimanere qui, nel web. Sintonizzarsi su un convegno, un festival addirittura, il Festival della Filosofia 2001 incentrato “Sulla felicità“. Ci sono gli interventi, le citazioni, i dibattiti. Da vedere e da seguire. Consigliato!
2° percorso. E’ un libro di filosofia, corposo e serio: si intitola Storia della felicità. Gli antichi e i moderni. Gli autori sono due insegnanti di filosofia nella scuola superiore, Fulvia de Luise e Giuseppe Farinetti.
A me hanno interessato molto le pagine iniziali, quelle che trattano la felicità nel mondo antico (greco, ovvio). E da lì ho iniziato la lettura.
Poi come un gambero sono andata à rebours e ho letto l’introduzione. Che ha un bel titolo: “Noi, edonisti fragili e infelici, e la felicità dei filosofi”.
Sì, perché il ragionamento che imprime il taglio al libro è questo: se si decide di parlare di felicità al giorno d’oggi, ci si imbarazza perché ci appiattiremmo sui suoi potenti sinonimi, come il piacere e l’interesse, e ci limiteremmo a parlare di tranquilla accettazione dell’infelicità, vista l’attuale obsolescenza delle passioni e dei grandi valori collettivi. Bisogna allora parlare di felicità come essa è vista in altre epoche, nelle grandi teorie della filosofia.
E cosa sorprende (mi sorprende)? Che il limite del ragionamento alto sulla felicità è il Settecento. Infatti, nell’ambito teorico, Kant afferma l’inammissibilità morale della felicità come fine ultimo dell’uomo e, in ambito storico, appare per l’ultima volta la parola -felicità- in un programma politico (rivoluzione francese, Condorcet e Robespierrre).
Poi basta. (Sì, cioè: Al Bano e Romina Power.)
E c’è un’altra faccenda sorprendente (ovvia, per carità, ma sorprendente nella sua ovvietà): una particolare avvertenza alla fine dell’introduzione del libro (p. XVI). Qui cito, che è meglio.
La felicità filosofica, nella quasi totalità delle sue varianti, è una proposta esclusivamente al maschile. L’uomo ideale non è mai una donna e tutto ciò che gli si riconosce come soggetto attivo e consapevole, protagonista della sua vita e titolare dei suoi desideri, spinge nell’ombra il femminile, la passiva, accogliente presenza delle donne sullo sfondo. Il loro silenzio pesa sull’immaginario della felicità. Più degli uomini comuni i filosofi appaiono soli (in splendido isolamento), quanto più si sforzano di affermare la potente signoria della loro mente: sono uomini che parlano ad uomini, senza uscire mai da se stessi.
Un’altra storia della felicità potrebbe essere scritta. Ma le donne, disperse e schiacciate dalla storia, hanno trovato spazi troppo stretti per dare voce alla loro gioia di vivere.
Cito anche un altro passaggio. Pregevolissimo.
Epigrafe. Massima di apertura.
Charlie Brown (leggendo una storia alla sorellina Sally): “… e dice che, benché avesse avuto fama e fortuna, non sembrava mai felice e nessuno sapeva perché …”
Snoopy (riflettendo tra sé): “Il suo cane lo odiava!”.
