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Be’?

Ditemi, vi ho strigliato a dovere, oggi.

E voi, che rispondete?

Non pensate all’elefante!

Grazie alla sagacia di Tucidide, senza preventivarlo per nulla, siamo andati a finire sul linguaggio mediatico, sulla comunicazione di massa. Abbiamo parlato di propaganda politica (ohi, ohi, entriamo nell’attualità stretta): il bravo predicatore è uno “psicagogo”, sa come fare a catturare le menti degli ascoltatori, a condurre a sé il consenso. Ci siamo anche detti che un politico di valore ha un programma che è fatto di pars destruens (abbattimento dell’avversario) ma anche e soprattutto di pars construens (e ci siamo fatti l’occhiolino, perché certo è che ci dà più affidamento chi ha una sostanziosa pars construens, non chi gioca solo a dare addosso all’avversario… perché forse, dico forse, così si glissa sul fatto che di costruttivo non c’è un gran che… ).

Soprattutto Tucidide ci racconta di quello che ci serve per essere credibili. Ci insegna l’uso del linguaggio psicagogico

Per esempio, con una buona litote noi affermiamo un concetto con incredibile spessore.

Per esempio, è meglio non nominare affatto ciò contro cui combattiamo, altrimenti il rischio è di far ricordare il nostro avversario, invece di condannarlo all’oblio.

E così eccoci al consiglio di oggi, volto al presente, non all’antico.

Questo bel libro: di uno specialista di teoria del linguaggio, George Lakoff , Non pensare all’elefante” (ed. Fusi Orari. I libri di Internazionale).

Qui c’è una intervista all’autore (Radio Città del Capo).

Gruppo di cogestione

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Il disegno è di Anna F. della II E. Grande Anna.

Tutti invitati, ovviamente.

Tucidide

Ribadisco il mio suggerimento bibliografico di questa mattina:

Il mistero Tucidide di LUCIANO CANFORA

Un colpo di stato organizzato ad Atene, alla fine del V secolo a.C., da quattrocento intellettuali. Un processo politico clamorosamente demagogico in cui il capo della rivoluzione fallita, Antifonte, pur pronunciando “la miglior difesa che la storia giudiziaria ricordi, viene condannato e giustiziato. Un grande storico, Tucidide, che dissemina nella sua opera, “La guerra del Peloponneso”, informazioni segrete provenienti dal vertice della cospirazione, e che verrà assassinato mentre la sta affidando alla scrittura.

 

Dal sito Antiquitas, ecco qui il centro del discorso. Si tratta della vita di Tucidide.

Informazioni sufficientemente dettagliate a proposito della vita di Tucidide ci provengono da numerosissime fonti antiche, ma in maniera molto maggiore dalle indicazioni che lo storico stesso ci presenta nella sua opera. Tucidide nacque ad Atene forse nel 455 o nel 454 a.C.: la sua famiglia, che era imparentata con quella di Milziade, possedeva ( oppure gestiva ), a Skapte Hyle, non lontano dal confine fra la Macedonia e la Tracia, alcune miniere d’oro. La vita agiata, dunque, permise a Tucidide di ricevere un’educazione di prim’ordine, presso le scuole dei più celebri sofisti della sua epoca. Nel 430 a.C. si ammalò di peste durante la celeberrima epidemia che ebbe tra le sue vittime più illustri il grande statista Pericle; tuttavia lo storico sopravvisse e nel 424 assunse la carica di stratega per le operazioni navali in Tracia. Il comandante degli Spartani, Brasida, aveva stretto d’assedio Anfipoli, e Tucidide non riuscì ad impedire la capitolazione della città nelle mani del nemico, poichè giunse troppo tardi in soccorso del collega Eukles, perché impegnato nella difesa di un’altra località.

Una versione dei fatti narra che Tucidide fece rientro ad Atene e venne quindi processato nel 423 o 422 a.C. ed infine condannato a vent’anni d’esilio - tale versione è narrata in prima persona, apparentemente da Tucidide stesso ( Storie, V, 26, 5 ). Lo storico stesso afferma di aver trascorso questi lunghi anni di esilio nel Peloponneso; secondo altre fonti, invece, in Tracia. Tuttavia siamo in possesso un frammento di Aristotele ( fr. 137 Rose ) in cui si afferma che Tucidide si trovava proprio ad Atene per il processo all’oratore Antifonte, che venne celebrato nel 411 a.C., cioè solamente undici anni dopo la condanna: questo frammento sembra essere attendibile, anche e soprattutto in virtù della presenza nell’opera storica di Tucidide di numerosi riferimenti ad avvenimenti successivi al 411, anno in cui s’interrompe il suo lavoro. Inoltre sappiamo che a seguito del disastroso esito della spedizione in Sicilia, nel 413 a.C., venne concessa un’amnistia generale e pare perciò probabile che lo storico ne abbia usufruito. Lo studioso Luciano Canfora, sulla base anche del fatto che un esilio di vent’anni per una sconfitta bellica sembra una condanna inverosimile, ha avanzato l’ipotesi che la notizia dell’esilio ventennale nel Peloponneso che compare in Storie, V, 26, 5 non sia da attribuire a Tucidide, ma piuttosto a Senofonte, che, dopo la morte dello storico, pubblicò, organizzandoli sommariamente, i suoi appunti sul V libro, aggiungendovi però anche notizie su se stesso: il ventennio di esilio nel Peloponneso non si riferirebbe dunque a Tucidide, ma a Senofonte, che effettivamente visse per circa vent’anni a Scillunte, in un possedimento terriero che gli era stato concesso in dono dal re di Sparta Agesilao, dopo la sua espulsione da Atene.

Se accettiamo, dunque, l’informazione contenuta nelle Storie come riferita a Tucidide, lo storico avrebbe passato - abbastanza inverosimilmente! - gli anni della maturità ed il periodo più fecondo della sua intensa attività storiografica lontano dalla sua natale Atene; se, invece, si accetta l’ipotesi di Canfora, egli sarebbe stato presente in città proprio durante il periodo politicamente più travagliato, cioè gli anni a partire dal 413 in poi. Per quanto riguarda, infine, la sua morte, essa rimane avvolta in un certo alone di mistero: non conosciamo per certo, infatti, né il luogo né la data di morte dello storico. Probabilmente visse abbastanza per assistere alla dolorosa capitolazione di Atene, nel 404 a.C., però nelle sue Storie non c’è il minimo riferimento ai 30 Tiranni, che si insediarono a partire dal 404. Se, da ultimo, consideriamo che esistono notizie antiche a proposito di un suo presunto assassinio, potremmo anche pensare che, se si trovava effettivamente ancora ad Atene, lo storico sia caduto durante le sanguinose lotte civili che turbarono la città negli anni dal 403 al 399 a.C..

 

 

Questa invece la recensione che il prof. Simone Beta fa del libro di Canfora sulla bella rivista letteraria “L’indice”.

Alcuni grandi della letteratura sono stati maltrattati dai loro tardi biografi, capaci soltanto di accumulare una congerie di dati inattendibili e contraddittori. La Vita di Tucidide, scritta da un non meglio identificato Marcellino vissuto probabilmente intorno al V secolo d.C., non fa eccezione: si tratta di una raccolta confusa di notizie attorno alla figura dello storico ateniese, basata sulle fonti più disparate, poco rispettosa nei confronti della cronologia, spesso priva di un filo conduttore capace di legare tra loro i differenti episodi. Di fronte a un simile disordine tanto gli storici quanto i filologi hanno spesso operato in modo poco rispettoso della verità, elaborando prima un proprio schema, ed eliminando, in un secondo tempo, i punti irriducibili allo schema prefabbricato.

Il punto nodale della vicenda biografica di Tucidide è collocato in un passo preciso delle sue Storie (libro V, paragrafo 26), là dove l’io narrante parla del proprio esilio nel Peloponneso, a seguito di un insuccesso militare. A partire dall’età alessandrina, e fino ai giorni nostri, si è sempre creduto che a scrivere quelle parole fosse stato proprio Tucidide. Qualche studioso, come per esempio Eduard Schwartz, agli inizi del secolo, aveva supposto che l’autore di una simile ammissione potesse essere qualcun altro – e nella fattispecie il redattore che aveva assemblato i materiali tucididei –, ma non aveva portato alle estreme conseguenze la sua intuizione.

Luciano Canfora, invece, lo ha fatto: in questo volumetto, che è la traduzione italiana di un testo già pubblicato in Francia (Le mystère Thucydide. Enquête à partir d’Aristote). In forma chiara e sintetica, si mostra come la corretta tradizione biografica più antica, di evidente matrice aristotelica, sia stata stravolta a partire dalla seconda metà del III secolo a.C., suscitando una serie di reazioni a catena tali da trasformare quella che era una vicenda lineare in un cumulo di contraddizioni.

Il saggio presuppone una serie di ricerche che risalgono ai primi anni settanta, quando Canfora pubblica il suo Tucidide continuato, per arrivare, attraverso l’introduzione al primo libro della Guerra del Peloponneso (Mondadori, 1983) e le pagine dedicate a Tucidide nella sua Storia della letteratura greca (Laterza, 1986), alla recente introduzione premessa alla traduzione integrale delle Storie, pubblicata da Einaudi-Gallimard nel 1996.

Al termine di questa lettura, scorrevole e divertente, e dopo aver ascoltato le testimonianze di autori antichi (da Aristotele a Cicerone, da Senofonte a Dionigi d’Alicarnasso) e di studiosi moderni (da Boeckh a Wilamowitz, da Didot a Sauppe), il “mistero Tucicide” trova finalmente soluzione. Anche se non si tratta di un giallo vero e proprio, Canfora si muove nella sua ricerca (e non sarebbe la prima volta) come un investigatore che raccoglie, soppesa e valuta tutti gli indizi senza cercare di forzare la mano alle diverse testimonianze, e non sarebbe bello svelare qui, in anticipo, la soluzione dell’enigma.

recensione di S. Beta, L’Indice del 1999, n. 09

Termopili

Un brano da tradurre (il paragrafo 226, del VII libro delle Storie di Erodoto): utile per gli estimatori del film-fumettone “300“.

termopili

Va però detto che più simile al film è Plutarco, il quale attribuisce la famosa frase (botta e risposta) proprio a Leonida e non, come Erodoto, ad un tal Dienece, pur àristos.

(se, ritornando ad Erodoto, volete approfondire,  c’è un blogger che ha provato a fare i doverosi confronti tra la fonte erodotea ed il film di Miller: cercate nel suo blog alla data 24/03/2007!)

un austriaco buontempone

ecco a voi che cosa scrive oggi Luciano Canfora riguardo a Schrott e agli scoop su Omero:

corriere della sera

Canfora, Luciano Canfora, non è uno qualunque. Si tratta di uno dei più grandi antichisti e filologi classici contemporanei. Guardate pure su wikipedia oppure qui la sua biografia e le sue opere.

Bisogna fidarsi di lui. Io, mi fido. Altro che poeti austriaci.

Una risata

Buon Natale da me a tutti i miei pargoli…

scroogeyourself

Erodoto come reporter

Vi ricordate di un libro di cui vi ho parlato giovedì mattina? Si tratta di “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuscinski.

Bene. Potrebbe essere per voi un bellissimo libro da leggere durante queste vacanze. In più ho trovato la possibilità per voi di leggerlo online. Basta andare qui, in Google Books.

Kapuscinski, famoso giornalista e fotografo polacco (morto a Varsavia il 23 gennaio 2007), ripercorre le proprie vicende, raccontando retroscena finora ignorati delle sue storie: dall’infanzia povera a quando, fresco laureato, venne mandato allo sbaraglio prima in India e poi in Cina, senza conoscere niente di quei paesi. Ci rivela le difficoltà incontrate e, di fronte a queste difficoltà, il suo punto di riferimento, il testo da leggere e rileggere è sempre stato Erodoto. Per Kapuscinski Erodoto è stato non tanto uno storico, quanto il primo vero reporter della storia: il suo bisogno di viaggiare, di toccare con mano, di raccogliere dati, paragonarli ed esporli, con tutte le necessarie riserve che è giusto nutrire riguardo alle storie riferite da altri, fa di Erodoto un giornalista a pieno titolo.

Qui vi pongo delle belle recensioni, se avete voglia di leggere e di farvi invogliare a leggere a vostra volta…

A volte può essere un ricordo lontano ma vivido nel tempo a dare il segno di un destino. “L’inverno del 1942 era alle porte e io non avevo le scarpe”: nella Polonia di quegli anni Ryszard Kapuściński ancora bambino cerca di vendere delle saponette per comprare un paio di scarpe. Lo stesso ricordo riaffiorerà molti anni dopo: “Qui, in India, la vista di quei milioni di persone senza scarpe mi dava un senso di familiarità, tanto che a volte mi sembrava di stare a casa mia”.
Nasce da questa ricerca di familiarità, la necessità di andare oltre, il desiderio di varcare delle frontiere, non importa quali, di andare al di là della propria conoscenza e osservare le diversità per recuperare un senso di unione.
In tutti i suoi viaggi, il giovane reporter porta con sé
Le storie di Erodoto, “livre de chevet”, testo da leggere e rileggere, ma anche mappa per orizzontarsi, per comprendere le trame che muovono la storia, il microcosmo delle passioni umane e il macrocosmo delle vicende storiche. In questo modo Kapuściński si ritrova a viaggiare attraverso Cina, Africa, Iran… paesi dei quali non conosce il territorio, la lingua ma che, anche attraverso Erodoto, può comprendere, può imparare a osservare, nella consapevolezza che ognuno di noi possiede una griglia di decodificazione che di solito, istintivamente e senza pensarci, sovrappone alle varie realtà incontrate. Ma se questa realtà non corrisponde al codice della nostra griglia, la leggiamo e le interpretiamo in maniera sbagliata e finiamo col ritrovarci in una realtà falsata.
Per non incorrere in questo errore, Kapuściński trova in Erodoto una valida guida. Non è solo la conoscenza della storia greca a interessarlo, ma il modo in cui l’autore si pone nei confronti della realtà: “Erodoto mi aveva attratto fin dalle prime pagine. Tornavo continuamente alle scene descritte, alle decine di storie, alle innumerevoli digressioni, tentavo di entrare in quel mondo, di orientarmi, di farlo mio. Il testo non opponeva resistenza. A giudicare da come il mondo viene visto e descritto Erodoto doveva essere una persona tollerante e comprensiva, serena, socievole, e alla mano. Anziché manifestare odio o rabbia, cerca sempre di capire, di scoprire, come mai uno abbia agito in un determinato modo”.
Il libro di Erodoto è un libro nato dalla penna di un viaggiatore: il primo grande reportage della letteratura mondiale, che ci racconta come la Grecia abbia ritardato di secoli l’avanzare dell’Asia in Europa e come a farla da padrone fossero la sete di potere, la crudeltà, la cecità di piccoli e grandi comandanti e re. Erodoto, come Shakespeare, descrive i meccanismi dell’animo umano, le sue grandezze e i suoi errori. Un’unica legge vale, pur nell’assenza di giudizio di Erodoto: la colpa è di chi ha cominciato, il quale, essendo colpevole, verrà punito sia pure a grande distanza di tempo.
Chi fu il primo a recare offesa? Con questa domanda davanti agli occhi sarà più facile muoversi nei tortuosi meandri della storia e rendersi conto delle ragioni e delle forze che la governano: delitto e castigo, colpa e vendetta. Prima o poi l’uno segue l’altro, ci suggerisce Erodoto, sia nei rapporti tra gli individui, sia in quelli tra i popoli. Colui che per primo ha intentato una guerra, e quindi si è reso colpevole, prima o poi verrà punito: bada a non umiliare un uomo se non vuoi che viva solo per vendicarsi di te. E da questa prima legge ne consegue che la fortuna umana non sta mai ferma nello stesso luogo.
Il libro di Kapuściński non è solo l’omaggio necessario a un autore che lo ha guidato nella sua professione di reporter, bensì ci mette anche nelle condizioni di guardare alla realtà di oggi, tenendo ben presente la necessità di porsi delle domande: “Che cosa guida Erodoto quando, impavido e instancabile, si lancia nella sua grande avventura? Forse l’ottimistica convinzione, in cui noi moderni non crediamo più, che il mondo si possa descrivere”. L’uomo comune, continua Kapuściński, non è molto curioso. Conoscere il mondo richiede uno sforzo che assorbe tutte le facoltà dell’uomo, mentre la maggior parte della gente sviluppa piuttosto le facoltà opposte: la capacità di guardare senza vedere e di sentire senza ascoltare. In questo senso, ci suggerisce l’autore, la presenza di un uomo preso dalla passione di conoscere, oltretutto intelligente e con il dono di scrivere, diventa un evento di portata storica.
(di Daniela Basso)
Leggete anche di Valerio Pellizzari: un Erodoto contemporaneo (A tu per tu con Valerio Pellizzari, giornalista del Messaggero che ha avuto lunghi contatti con Ryszard Kapuscinski. Le qualità peculiari del reporter polacco, la sua visione del mondo, il suo lavoro: un breve ritratto di Kapuscinski in un’intervista del gennaio 2006.)

Buona lettura!

Omero: news

Cosa ho visto su Repubblica online!

Berlino, 19:24, 22/12/07

SVELATO SEGRETO, OMERO ERA UNO SCRIVANO DEGLI ASSIRI

Omero non era affatto il poeta cieco che ci ha tramandato la tradizione, ma uno scrivano greco vissuto in Cilicia al servizio degli Assiri. E la città di Troia da lui descritta nell’Iliade non corrisponde affatto a quella scoperta dall’archeologo tedesco Heinrich Schliemann, ma e’ invece Karatepe, una città della Cilicia, situata sulla costa sudorientale dell’odierna Turchia, a nord dell’isola di Cipro. La sensazionale scoperta e’ stata fatta dallo scrittore e poeta austriaco Raoul Schrott, che ha nuovamente tradotto in tedesco l’Iliade e che nel 2001 aveva pubblicato anche una traduzione del poema di Gilgamesh. La “Frankfurter Allgemeine Zeitung” dedica cinque pagine intere alla ricostruzione fatta da Schrott, che ha incassato l’ammirato plauso di autorevoli storici. Christoph Ulf, titolare della cattedra di Storia Antica all’università di Innsbruck ha dichiarato alla “Faz” che “il collegamento alla Cilicia permette di ripensare non solo l’origine del poema epico, ma anche della storia e della cultura greca”. Josef Wiesehoefer, professore all’università di Kiel, ha spiegato che la tesi formulata da Schrott “apre nuovi scenari agli esperti di storia antica”; mentre secondo Barbara Patzek, filologa e archeologa dell’università di Duisburg, l’idea che Omero sia stato uno scritturale degli Assiri “metterà le ali al dibattito sulla figura storica del poeta”. Nel corso delle sue vaste ricerche filologiche condotte durante il suo lavoro di traduzione, ma anche sulla base di numerosi sopralluoghi effettuati nelle zone della costa turca in cui sono collocati gli episodi descritti nell’Iliade, Raoul Schrott e’ giunto alla conclusione che Omero “era uno scrivano che prestava servizio nell’apparato amministrativo che gli Assiri avevano instaurato in Cilicia, regione da essi conquistata gia’ nella meta’ del IX secolo a.C. Questi funzionari non dovevano occuparsi solo della corrispondenza con la capitale, ma erano anche impiegati come traduttori e banditori”. Sulla base degli innumerevoli riferimenti alle saghe ed alle genealogie greche, alle pratiche contrattuali e del diritto assiro, alle preghiere ed ai rituali sacrificali contenuti nell’Iliade, il suo autore si manifesta non solo come un “protostorico ed un protogeografo”, ma anche come “un rappresentante dell’elitaria categoria professionale degli scrivani”. Dalla sua opera poetica emerge il ritratto di “un greco affascinato dal predominio di una cultura estranea alla sua”. Il fatto che Omero, a differenza del suo contemporaneo Archiloco, si sia sempre guardato bene dal formulare critiche aperte nei confronti del potere assiro, si spiega con “l’obbligo del giuramento di fedelta’ che doveva fare ogni scritturale dell’epoca”.

Berlino, 22 dic. - “Dobbiamo immaginarci Omero”, prosegue Schrott, “come un amanuense che aveva appreso il suo mestiere nelle scuole che gli Assiri avevano creato in Cilicia, come dimostrano anche le sue conoscenze esatte del poema di Gilgamesh. Il contenuto dell’Iliade dimostra che Omero deve avere avuto accesso all’archivio degli annali assiri”.
Il poeta austriaco sottolinea il fatto che, ancora prima della nascita di Omero, gli assiri della Cilicia si definivano Achei e Danai, esattamente come i guerrieri greci che andarono ad assediare Troia; ma la citta’ descritta da Omero sotto quel nome era situata parecchio piu’ a sud, esattamente dove oggi si trova la citta’ turca di Karatepe. Mentre dagli scavi condotti a Troia non e’ risultato alcun elemento che corrisponda alle descrizioni contenute nell’Iliade, i resti di Karatepe mostrano una stupefacente coincidenza con i luoghi in cui situo’ l’azione il poeta greco. Schrott scrive che questa citta’ fortificata venne distrutta nel 676 a.C. “esattamente nel modo descritto da Omero”. A differenza di Troia, che aveva diverse porte ed una citta’ bassa, mai menzionata nell’Iliade, i resti di Karatepe, la cui fortezza si trova esattamente a 225 metri sul livello del mare, come e’ scritto nel poema, evidenziano due grandi porte, la Dardania e la porta Scea, che “conduce al fiume Piramo, che Omero chiama Scamandro”.
Anche per quanto riguarda il nome del grande poeta greco, lo studioso austriaco ha una spiegazione affascinante, dal momento che della sua etimologia non si trova la minima traccia nella cultura greca. Schrott scrive che “tra i Fenici era invece usata per i poeti la dizione ‘bene omerim’ (figli del cantore), per questo sarebbe un miracolo se Omero non avesse giocato anche con il significato del suo nome. ‘Nomen est omen’ era una formulazione valida allora ancor piu’ di oggi”. (fonte AGI)

Auguri

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